V SEMINARIO INTERNAZIONALE DEL CIRSEU

Russia 1917 - la cultura si interroga

12 DICEMBRE 2017 - Università degli Studi di Perugia

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L' Editoriale

di Francesco Randazzo

E alla fine l’ha spuntata ancora lui, il nuovo “zar”, il presunto “avvelenatore” di spie. Con una percentuale che sfiora il 77%, numeri che farebbero impallidire i leader bulgari del socialismo reale, Putin per la quarta volta viene eletto presidente, con un mandato che lo vedrà per altri sei anni alla guida del paese. E tramite il portavoce della campagna elettorale di Putin, viene ironicamente ringraziata Teresa May perché, ancora una volta, proprio la politica occidentale anti-Putin ha fatto guadagnare al presidente ulteriori punti percentuali nel conteggio finale. Ancora una volta, scagliarsi contro il potente inquilino del Cremlino, risulta nuocere solo ai suoi avversari i quali, con molta probabilità, non hanno compreso come funziona il consenso in Russia. Anzi, molti non lo hanno mai capito, ed ecco perché la patria di Pietro il Grande continua a essere, a distanza di circa ottant’anni dalla celebre frase di Churchill a Neville Chamberlain, “un rebus avvolto in un mistero che sta dentro un enigma”. A concorrere all’ambita e prestigiosa poltrona del Cremlino sono stati ben sette uomini e una donna. Le candidature di Pavel Grudinin e di Ksenija Sobčak sono state quelle più inaspettate. Infatti, il volto noto del Partito comunista delle precedenti tornate Gennadij Žuganov  stavolta ha lasciato il posto al “re delle fragole” Grudinin, così soprannominato poiché tra le sue aziende il principale prodotto agricolo sono per l’appunto le fragole. Sobčak, cognome famoso in Russia, è l’unica candidata donna, di professione conduttrice televisiva, quasi una comparsa “inopportuna” nell’ambiente politico russo, dove il potere è di genere maschile. Accanto a loro, nomi che risuonano abbastanza familiari e che accompagnano le campagne elettorali dello “zar” Putin a mo’ di un simpatico carosello, Vadimir Žirinovskij, il nazionalista leader del Partito liberaldemocratico ricandidato per la sesta volta, e il liberale Grigorij Javlinskij, alla sua terza presenza alla competizione e capo di  Jabloko, il Partito democratico unificato russo. Nelle fila dei nostalgici corre anche Maksim Surajkin, per i Comunisti di Russia. Chiudono la sfilata Boris Titov il portavoce degli imprenditori, e l’accademico e giurista politico russo Sergej Bubarin del partito nazionalista. L’unico candidato indipendente era proprio lui, Vladimir Putin, il vincitore assoluto seguito a distanza siderale dal comunista Grudinin che, visti i tempi, prende un lodevole 15%. Complice la guerra in Siria, complice la campagna di accanimento contro la Russia messa in piedi dai nazionalsciovinisti ucraini in questi anni, complice anche l’inasprimento dei rapporti con gli Stati Uniti e la guerra in Siria, Putin incassa un consenso interno che nessun leader mondiale di uno Stato democratico moderno può vantare. Putin però è al suo ultimo, il forse è d’obbligo, mandato e al di là del fatto che sei anni sono lunghi, il problema che dovrà risolvere in questi anni sarà quello di trovare chi potrà sostituirlo alla guida del paese, almeno che l’idea non gli sfiori minimamente la mente e resti al potere come il suo omologo kazako Nursultan Nazarbaev al potere dal 1990. Un problema, quello della successione, non facile per uno che ha riportato la Russia ad antichi splendori vincendo la puntata più difficile del confronto con gli Stati Uniti e l’Occidente, ovvero creare stabilità politica e mantenere alto il consenso popolare. Rispolverando una sorta di “culto della personalità”, in chiave liberal-democratica, egli ha privato i suoi avversari di qualsiasi chance di successo e ha ancorato l’apparato burocratico a quello politico sostenuto dunque da un’ampia schiera di uomini d’affari e di statali. In senso militare, ha giocato la carta dell’ammodernamento delle strutture logistiche e ridato linfa alle spese militari. Chi si è rafforzato in tutto questo processo è stato l’orgoglio nazionale, la vera grande base sulla quale egli ha costruito un solido consenso popolare. Il suo successo, dunque, non stupisce tanto i russi quanto la comunità internazionale che non comprende la sua popolarità e l’appoggio che egli riceve dai grandi gruppi industriali e dai magnati delle finanze con cui, agli inizi della sua carriera presidenziale, nel 2000, egli ha stretto un vero patto di convivenza con la formula della non ingerenza. E se nell’arco dei suoi tre mandati, ha ricevuto pesanti accuse di essere stato il mandante degli omicidi che hanno coinvolto i giornalisti che lo mettevano sotto accusa e ne denunciavano la condotta fuori dalle regole, oggi egli appare come l’unico capace di mantenere la Russia su un piedistallo dal quale difficile sarà tirare giù l’orgoglio del popolo russo, il vero amico dell’invincibile Putin.

19 marzo 2018

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